PERCORSI  28 Dicembre 2015

Il giubileo di Alfredo Castelli

Quella volta che il papà di Martin Mystére rischiò la decapitazione con la katana

Si sono da poco conclusi con una festa allo spazio Wow di Milano i festeggiamenti per i cinquant'anni di attività di Castelli che nel corso del 2015 ha ricevuto a Lucca Comics & Games il premio Maestro del Fumetto. Non solo un grande sceneggiatore, però. È nota la sua attività come instancabile promotore della nona arte. Ci “mise lo zampino” anche nel dare l'avvio alla prima invasione dei manga in Italia, come confessò qualche anno fa in un numero di If – Immagini e fumetti

Il giubileo di Alfredo Castelli

Quando sarò costretto a vendere tappeti sulle spiagge romagnole perché, come è accaduto in Spagna, i manga avranno completamente sostituito le produzioni autarchiche a fumetti, non potrò che recitare un “mea culpa” per aver contribuito – seppur in minima parte – a dare il “la” all’invasione.

Tutto è iniziato per colpa di un’inserzione pubblicitaria del "Times" letta per puro caso una domenica del 1980, a New York. “Grande svendita di volumi a fumetti giapponesi a partire da domani” - recitava più o meno il testo - “Scoprite gli incredibili eroi dei manga”. La svendita si svolgeva al secondo piano di una libreria giapponese al Rockfeller Center: uno spazio vasto quanto un piccolo supermercato era stato completamente dedicato a fumetti e anime. Sapevo dell’esistenza dei manga grazie ai disegni animati, al Candy Candy dei Fratelli Fabbri e alla lettura delle voci della World Encyclopedia of Comics di Maurice Horn, ma non immaginavo assolutamente una simile varietà di proposte: quel lunedì mattina, come si suol dire, mi si spalancarono le porte di un nuovo mondo, ed ebbe inizio la catena di disastrosi eventi che, prima o poi, si concluderà con la mia uscita forzata dal mondo del fumetto.

Quel lunedì mattina, mi si spalancarono le porte di un nuovo mondo

Decisi, infatti, di saperne di più su quel mercato inedito e affascinante a cui, fino ad allora, nessuno si era ancora interessato criticamente; mi procurai una gran quantità di materiale, mirando alla cieca ma cercando di cogliere ciò che mi sembrava più significativo; acquistai una serie di volumi per imparare il giapponese e un prototipo di traduttore elettronico che trascriveva i “kanji” in “katakana” e “hiragana” rendendo più facile la consultazione di un vocabolario (fu, per inciso, il primo pezzo di una vasta collezione di “traduttori elettronici tascabili da lingue in caratteri non occidentali che continuo tuttora).

Tornato in Italia, coinvolsi immediatamente Gianni Bono, sempre più che pronto a tuffarsi in imprese che rendono poco, ma portano via grandi quantità di tempo e denaro. Insieme decidemmo di dedicare un numero di If alla storia del disegno animato giapponese e, visto che il nostro know-how aumentava di giorno in giorno, ci venne la sinistra idea di creare uno strumento per permettere (che Dio ci perdoni!) ai musi gialli di far conoscere in Occidente la loro produzione. Copertina del primo catalogo Kodansha europeo, edito da Epierre

Non ricordo esattamente come prendemmo contatto con Koki Mori e Yuka Ando della Kodansha: mi pare alla Mostra del libro per Ragazzi di Bologna, dove, tra parentesi, all’inizio rischiammo di essere decapitati a colpi di katana in quanto, anziché “Epierre” – il nome della casa editrice di If, con cui ci eravamo presentati – i M.G. avevano capito “Edierre”, azienda italiana con cui erano in causa per questioni di diritti d’autore. Chiarito l’equivoco, proponemmo di realizzare un catalogo fatto in un certo modo e con tali e talaltre caratteristiche, e, strano ma vero, l’idea non fu scartata a priori. I rapporti proseguirono, seppure secondo i lenti mysteriosissimi ritmi del Sol Levante. Una volta, per esempio, fummo convocati dalla sera alla mattina per “importanti comunicazioni” alla Fiera del fumetto di Barcellona, e ci precipitammo là con il primo aereo, sicuri che avremmo avuto finalmente l’OK. In realtà i nostri amici del Sol Levante volevano solo salutarci, visto che si trovavano “nelle vicinanze”. Lo fecero, nel senso più letterale del termine: “Buonasera, Bono San, Buonasera, Casterri San, volevamo sarutarvi visto che eravamo nerre vicinanze”, e ci congedarono dicendo che purtroppo non avevano altro tempo da dedicarci: l’incontro - a mille e passa chilometri di distanza da Milano - non durò più di un minuto.

Gli incontri di affari giapponesi sono articolati come un duello

Ci rivedemmo a Tokyo qualche mese dopo, per avviare un’operazione con Eureka. Lì le conversazioni durarono più a lungo, e, per fortuna, ci eravamo informati sui meccanismi degli incontri di affari giapponesi in modo di comportarci nel modo corretto - e cioè di non dare l’impressione di essere stufi marci. Come i lettori di manga ben sanno, gli incontri di affari giapponesi sono articolati come un duello: quello che conta è saper gestire l’attesa (cioè il periodo di silenzio tra domanda e risposta) in modo di poter assestare il colpo di spada nel momento più favorevole. Occorre abituarsi a lunghi e imbarazzanti silenzi, interrotti qua e là da piccole risate “all’indietro” (cioè aspirate anziché inspirate) che denotano imbarazzo e non certo allegria (per cosa?); occorre accettare di farsi ripetere la stessa domanda in forma lievemente diversa dalle dieci alle cento volte, e dare sempre la stessa risposta; è indispensabile sapere che “forse” significa “no” (rispondere “no” è considerato scortese) e “sì” significa “forse”; bisogna infine - sempre senza spazientirsi né sentirsi offesi - far finta di non aver capito che entrambi i rappresentanti della coppia che vi sta di fronte sanno perfettamente l’inglese, anche se uno dei due finge di non parlarlo per avere la scusa di commentare con il partner nell’inintelligibile Lingua del Diavolo (ma, se sapete come suonano i numeri in giapponese, scoprirete che essi abbondano nelle frasi “da non capire”, le quali vertono solitamente sul denaro).

Sta di fatto che, dopo altri incontri, nel 1985 l’Epierre mise insieme un sontuoso catalogo in inglese e giapponese. Spiegava come presentare i fumetti ai clienti occidentali; come era possibile tradurli e ritoccarli, sostituendo effetti sonori e invertendo il senso di lettura; suggeriva formule editoriali e via dicendo; devo confessare che ne fummo fieri, in quanto si trattava della prima collaborazione diretta tra autori di fumetti italiani e un editore del Paese del Sol Levante. 

Per anni il Kodansha Comics Catalog ha circolato nelle fiere del libro di tutta Europa, e non sono alieno dal ritenere che, in qualche modo, abbia contribuito all’invasione. Se mai ci sarà una purga nei confronti dei collaborazionisti, spero che questa pronta e completa confessione, insieme al mio sincero pentimento valgano un piccolo sconto della pena.

Alfredo Castelli



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